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Dicembre 1984
Adoravo rigirarmi fra le mani il muschio strappato di fresco, con quella consistenza simile a pelo conigliesco che mi solleticava le palme e i minuscoli granelli di terra ancora umida che andavano ad incunearsi tra le pieghe delle falangi.
Era forse la cosa che maggiormente amavo del periodo prenatalizio: avrei rinunciato, seppur a malincuore, s’intende, alle vetrofanie in veranda o alle colazioni a base di pinza e caffè d’orzo, ma mai a montare sulla 127 di mio padre per partire verso le zone più segrete del Carso, alla ricerca di qualche angolo dimenticato da Dio ma non dalla pioggia, e raccogliere gonfi tappeti muschiosi per il nostro allestimento del presepe. Era come una caccia al tesoro fra noi uomini di casa, per scoprire chi si sarebbe avventurato un passo più in là, fra un pietrone e l’altro, e chi sarebbe stato più abile nello staccare le zolle senza sbriciolarle in pezzetti che non avrebbero reso granché ai piedi delle statuine.
Quell’anno era l'ultimo che avrei trascorso alla scuola materna ed ero deciso ad assaporarlo fino in fondo perché poi, così mi aveva ammonito il babbo, alle elementari si sarebbe fatto sul serio e il tempo per giocare si sarebbe ridotto drasticamente. In cuor mio avevo stabilito che il muschio da cogliere quella volta doveva essere il più folto, il più smeraldino, la miglior scenografia per le mie storie con le pecorelle e le caprette, i cigni sinuosi sui loro laghetti di stagnola, e i viandanti che avrebbero percorso i sentieri farinosi tratteggiati da mia madre. Quando nel primo pomeriggio dell'Immacolata mamma mi aveva avvisato che a momenti sarei uscito per la consueta raccolta, ero già in fibrillazione.
“Dario!” mi chiamò a gran voce papà dal sedile della macchina.
Munito di due sacconi resistenti, mi precipitai da lui e partimmo verso l'altopiano.
Il cielo era terso, di quell'azzurro uniformemente pieno che si offre dopo il passaggio della bora diradatrice di nubi, e l'unico rumore era quello dei lievi sobbalzi della nostra auto lungo le statali. Osservavo sfilare le casette rustiche con i loro fedeli vignetucci consumati dalle vendemmie ottobrine e ormai ridotti a bruni scheletri ripiegati su se stessi alternarsi a schiere di arbusti selvatici che, nelle loro tinte rosso-brune, segnavano il nostro percorso. Ogni anno tentavo di memorizzare la strada, inutilmente, perché quei paesotti, quei chilometri, mi parevano tutti uguali nella loro immobile eternità.
“Eccoci.” annunciò la mia guida non appena fummo giunti nei pressi del solito spiazzetto.
Balzai giù con mossa fulminea e presi a guardare in giro per individuare i massi più promettenti. Non mi ci volle molto: il mio giovane occhio ben allenato ne squadrò alcuni, al di là dei carpini che incorniciavano il posto, ricoperti di erbe e di muschi. Feci cenno a mio padre dandogli ad intendere che mi sarei diretto lì e lui accondiscese con un fugace gesto della mano.
Mi accucciai e mi misi alacremente all'opera. Indagavo, concentrato al massimo, ogni smussatura di quegli enormi sassi, sbucciavo con delicatezza prima i bordi e poi le porzioni centrali delle macchie verdi più belle ed infine le riponevo nel mio sacchetto.
Ero talmente assorto che...
“Živijo!”
Non mi ero neppure accorto del bambino biondo che si era avvicinato. Mi voltai istintivamente verso quella voce squillante e i miei occhi verdi incrociarono quelli grigi di lui. Mi rialzai, senza curarmi dell'odorosa busta che avevo riempito solamente a metà, e rimasi così, imbambolato, di fronte al mio coetaneo. Non potei non notare la lunga cicatrice che percorreva la sua fronte dall'attaccatura dei capelli a quella del naso.
“Živijo.” ripeté quello sorridendomi.
Scrollai le spalle, contraendo le labbra in una smorfia imbarazzata. “Scusa, ma... non ti capisco.”
“Ah, parli Italiano!” rise. “Pensavo fossi uno delle nostre parti.”
“No... cioè... sono triestino, sì, ma non del Carso...”
“Tranquillo. Ho visto come ti muovevi sicuro e ho frainteso.”
Fu il mio turno di ridere. “Non è la prima volta che passo di qua, vengo ogni dicembre. Io e mio padre ci raccogliamo il muschio per il presepe. È una tradizione di famiglia, da parte della mia mamma. Lei è della minoranza...”
“Com'è allora che non parla Sloveno?”
“Ah, ma lei lo parla.” lo corressi. “Sono io che...”
“DARIO!”
La voce imperiosa di papà tuonò alle mie spalle e mi fece sobbalzare. Mi girai e me lo ritrovai davanti, cipiglio alterato e respiro corto.
“Vieni, andiamo.” m'intimò.
“Non ho ancora finito di...”
“Ho finito io per te.” m'interruppe, prendendomi per un polso. “Si torna a casa.”
Lo fissai, confuso. “Ma papà, stavo...”
“Non fa niente, è tardi.” concluse, trascinandomi via.
“?au.” fu l'ultima parola che udii prima che la portiera mi venisse chiusa in faccia.
Il babbo buttò i sacchi sul sedile posteriore e poi, allacciatosi la cintura, partì a tutto gas.
“Che succede?” ebbi il coraggio di domandargli.
“Non mi pare di averti autorizzato a parlarci.”
“Con chi? Con quel–”
“Con gli Sloveni.”
Rimasi a bocca aperta per lo stupore. “Non capisco, papà.”
“Sei ancora piccolo, non puoi capire certe cose. Devi sapere, però, che quelli là vogliono obbligarci tutti ad imparare la loro lingua, sebbene noi, come Italiani, non abbiamo niente a che spartirci.”
“Beh, ma io sono anche un po’ sloveno, no? Mamma…”
“Mamma la parlava quand’era bambina con i parenti della comunità, ma ha frequentato le scuole italiane, studiato all’università di Trieste e non di Lubiana, e lavora in un ufficio italiano. E ha sposato me, che sono di famiglia italiana; quindi si può dire che abbia scelto di essere italiana. Di conseguenza anche tu sei italiano e non ti serve parlare lo Sloveno.”
“Forse non mi serve, però è una parte di me, no?”
“Non lo è.” suonò categorico. “Quel popolo ha cercato di prendersi terre non sue, sai? Ha commesso degli atti orribili alla fine della guerra. Ha eliminato famiglie intere solo perché parlavano l’Italiano, e in maniera spietata.” non mi guardava nemmeno mentre raccontava. “Anche una tua prozia è stata uccisa brutalmente da loro, è stata gettata giù, giù per una voragine nelle viscere della terra, e lì è scomparsa. Foibe, si chiamano, questi pozzi di morte.”
Un breve silenzio.
“Vuoi legarti a un popolo che ha ammazzato parte della tua famiglia, Dario?”
Abbassai lo sguardo. Mi veniva da piangere, anche se non capivo bene perché. Provavo tristezza per quella mia prozia? Paura al sentire che sul Carso esistono inghiottitoi da cui non si fa ritorno? Rabbia nello scoprire quelle atrocità? Forse un po’ tutto.
“E quel Samo Pahor!” riprese mio padre, lo sdegno nella voce. “Reclama il bilinguismo totale. Renditi conto: saremmo tutti forzati ad esprimerci in una lingua non solo straniera: ostile alla nostra. E non potremmo sottrarci, perché sarebbe requisito indispensabile per le alte professioni o per i posti pubblici. Macché, pure nelle osterie e nelle botteghe!” integrò subito con veemenza, “Eh sì, perché i Signori della minoranza alla fine pretenderebbero di parlarla ovunque!”
Ad un certo punto smisi di ascoltarlo. Mi giunse qualche frase sbocconcellata su una Gorizia dilaniata, una zona B persa, stili di vita inconciliabili e un'armonia impossibile, ma del resto dei paroloni, troppo complessi, non rimase che l’eco metallica che rimbalzava da un lato all’altro della nostra vettura.
Dicembre 1998
Posteggiai la moto sul ciglio dello stradone. Sceso, aprii il bauletto e ne estrassi i sacchetti che avevo preventivamente ripiegato.
Da diciannovenne quasi autonomo quale ero, potevo, ora, occuparmi personalmente della raccolta del muschio mentre mia sorella minore, di sette anni più giovane, pensava ad addobbare l'albero con mio padre. Già, lei preferiva gingillarsi con palline e campanelle, proprio come lui. Avevano molto in comune e trascorrevano tanto tempo insieme.
D'altronde, il rapporto fra me e il mio vecchio si era raffreddato dopo che mi ero ribellato al suo volere. Lui desiderava che frequentassi una facoltà prestigiosa, giurisprudenza o medicina, invece io avevo spento i suoi entusiasmi annunciando che mi sarei iscritto alla Scuola per Interpreti e Traduttori. Il mio amore per la lettura, affiancato dalla facilità con cui ero arrivato a padroneggiare l'Inglese e il Tedesco, mi attirava prepotentemente verso quel genere di carriera e persino i miei professori del liceo mi sostenevano, asserendo che sarebbe stato uno spreco soffocare le mie indubbie abilità linguistiche sotto tediose toghe o asettici camici.
Malgrado approfonditi dibattiti durante i quali avevo esposto le mie motivazioni, il babbo era stato irremovibile nella sua opposizione e si era rifiutato di finanziare quegli studi; e così mi ero ritrovato studente lavoratore. Per il momento tenevo botta, ma era piuttosto dura in considerazione della mole di traduzioni da ultimare e di lemmari da compilare e ricordare.
Avanzai fra la vegetazione in cerca di un punto favorevole, mentre i raggi del tardo pomeriggio, che lentamente s'imperlavano d'arancio, avvolgevano pian piano il Carso. Localizzai una cresta rocciosa su cui abbondava il manto verde che ricercavo; sorrisi fra me e me e m’inginocchiai subito per non perdere luce preziosa.
D’improvviso, nel bel mezzo della mia attività, sentii un fruscio fra le frasche alle mie spalle. Giratomi per vedere di cosa si trattasse, feci un faccia a faccia con un aitante labrador dal pelo nero, che prese ad fiutarmi con grande interesse.
“Zak!”
La voce del padrone lo ricondusse all’obbedienza: allontanò repentinamente il muso dalle mie cosce e scattò all’indietro per ricongiungersi all’uomo. D’istinto mi tirai su, mi ripulii i jeans dal terriccio e mi avvicinai per rassicurare il proprietario sul fatto che la bestiola non mi aveva dato alcun fastidio.
“Non–”
M'interruppi nel momento esatto in cui rividi la cicatrice di quattordici anni prima. Dai fumosi ricordi della mia primissima infanzia riemersero l'incontro troncato malamente e il discorso venefico di mio padre. Che coincidenza incappare nuovamente in quel ragazzo proprio in quella fase della mia vita...
Mossi qualche passo verso di lui e gli sorrisi. “Ti ricordi di me?”
Il biondino mi lanciò un'occhiata interrogativa e, poco dopo, scosse il capo.
“Ci siamo incrociati qui da piccoli...” esordii. “Anche allora, come oggi, ero impegnato a raccogliere il muschio.”
“Aah! Sì, ora ricordo. Il bambino della 127 argento... Non stupirti.” disse. “Mi è rimasta impressa per il colore... quasi tutti le avevano bianche o turchesi. La vostra era proprio bella.”
“Dario.” mi presentai.
“Boris.”
“È quasi un segno del destino rivederti...”
“In che senso?”
Sospirai. “Ricordi come me ne andai? Portato via di forza da mio padre.”
Annuì. “Non ti nascondo che ci rimasi un po' male. Mia madre, quando glielo raccontai qualche ora dopo, mi disse che probabilmente eravate in ritardo e che non dovevo prendermela, ma–”
“Non è così.” lo guardai con vergogna. “Fu per il livore di mio padre. Non gradiva che avessi contatti con voi Sloveni.”
“E quindi si è sposato con una della minoranza?!” ironizzò Boris.
“Le dinamiche non sono chiare neppure a me, se può consolarti. Lui dice che non avrebbe mai potuto trovare donna migliore di lei, a discapito delle sue origini. In compenso, è subito tornato in sé impedendo a me di prendere confidenza con queste mie radici.”
Zak ne approfittò per ricevere un grattino dietro le orecchie mentre continuavo con il mio racconto.
“Forse i rancori del passato verso il popolo sloveno erano troppo forti. O forse non accettava l'idea che Trieste avesse più anime e che tutte fossero meritevoli di rispetto.” esitai. “O forse temeva che disconoscessi la mia italianità in favore della mia slovenità...”
“Certo che è un vero peccato.” commentò lui. “Ti ha privato di una parte di te.”
“Concordo.” ammisi. “Mi sento come un albero, di quelli ubertosi che crescono alla frontiera e che possono offrire frutti succosi e da un lato, e dall'altro; e invece mi sono stati tagliati preziosi rami che chissà come avrebbero fruttificato...”
“Beh, ormai quel che è fatto è fatto...”
“No.” lo contraddissi con decisione. “A settembre ho iniziato l'università. Traduttori e Interpreti.”
“Congratulazioni. E allora?”
“La mia prima lingua è il Tedesco; la seconda... lo Sloveno.”
Boris fece tanto d'occhi. “Tuo padre lo sa?”
“Naturalmente; infatti mi ha lasciato cuocere nel mio brodo. Pur spiegandogli le ragioni, non ha voluto saperne, e dunque studio e lavoro. E per quanto sia sfibrante, non ho intenzione di mollare. Ci sono ancora dei butti... e non lascerò che secchino.”
Mi chinai per recuperare il mio sacco di muschio abbandonato qualche metro più in là, poi tornai a guardare il mio interlocutore e, con un sorriso risoluto, affermai: “Voglio essere uno degli artefici della pace fra le nostre genti.”
Zak, desideroso di riprendere la passeggiata, prese ad alitare rumorosamente sulle mani del padrone esalando piccoli sbuffi di vapore dalle fauci rosate.
“Mi tocca andare...”
“Non preoccuparti, ci mancherebbe.”
I suoi occhi grigi si arpionarono ai miei per un istante. “Dario... siamo sotto Natale. Sai come si dice, no? A Natale i miracoli possono accadere... Magari stavolta accadrà. Magari finalmente riusciremo a camminare mano nella mano da bravi vicini di casa.”
“Vogliamo osare fino in fondo e dire... da amici?”
Boris rise. “Osiamo pure.”
Annodai i manici del sacco e lo sollevai, lasciandolo ricadere sulla spalla sinistra. “Vesel Boži?.”
“Tudi tebi.”